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Ricerca effettuata dagli studenti dell' ITIS Righi
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TARANTO ANTICA ED IL SUO MARE INTERNO Senza alcun dubbio, Taranto deve al mare, ed al Mar Piccolo in particolare, la sua stessa esistenza. Fin dall'antichità' questo mare interno, dal clima temperato, le coste verdeggianti, l'acqua dolce e pura delle sorgenti, la pesca varia ed abbondante, dovette sembrare un luogo incantato sia per chi lo scelse come residenza, sia per i naviganti del Mediterraneo, che vi trovarono un porto sicuro e ricchezza di prodotti, come il bisso, la porpora, le ceramiche. Bisso: la più importante industria tarantina del passato è quella della lavorazione del bisso o lana pinna o lana pesce che è il ciuffo di filamenti serici, lungo da 10 a 20 cm., con il quale la Pinna Nobilis (detta volgarmente paricedda, conchiglia bivalva a foggia di scudo che in latino si chiama "perna ") è abbarbicata al fondo marino o sabbioso del mare, nel quale è infissa per circa 1/3 della sua lunghezza. Nel mollusco si ritrovano talvolta perle, ma il suo pregio sta nel ciuffo di filamenti, che opportunamente pettinato e trattato con soluzioni acide veniva filato e tessuto. Tinto o non con la porpora, dava stoffe pregiate, quasi diafane, con le quali nell'antichità venivano confezionate le vesti chiamate "Tarantinidie ". Ancora nel 1875 F.Gregorovius (Nelle Puglie,Firenze, 1882), visitando la città, descrive la Pinna Nobilis ed il tessuto semilanoso che dal suo bisso si produce ed i prodotti con questo confezionati: guanti, manicotti, merletti e frange, particolarmente pregiati. Nel 1889 una scrittrice inglese, Janet Ross (The land of Manfred,Londra, 1889), descrive la pesca della Pinna Nobilis con un particolare uncino, il "perneutico"(il pernilegium descritto da Plinio) e la lana pesce, cioè il bisso dal bel colore dorato. B.Mazzilli ( Relazione sull'andamento della vita economica a Taranto, 1926 ) scrive che la lavorazione del bisso, così come praticata dagli antchi, è insegnata nella Scuola Industriale Femminile. La Porpora : fu prodotto importantissimo nella Taranto MagnoGreca e Romana.Racconta D.L. De Vincentiis (Storia di Taranto, 1878 ) che questa si ricavava da due specie di murici, da una delle quali si ricavava un succo di colore turchino, dall'altra rosso chiaro.Dalla loro mescolanza nasceva una varietà di colori tutti pregiati; il più richiesto per la tinteggiatura dei tessuti più costosi era quello di colore viola. Nei pressi del convento di S.Antonio furono ritrovati grandi ammassi di gusci di murici così come in località Fontanella, cancellata dalla costruzione dell' Arsenale Militare. La Taranto Magnogreca fu, per questi motivi, un importante centro di scambi commerciali soprattutto con la Grecia e l'Asia Minore, come testimoniano i reperti delle aree di scavo attorno al Mar Piccolo. Con la conquista romana il porto di Brindisi tolse a Taranto il primato, ma il Mar Piccolo continuò ad avere notevole importanza sia per la produzione del bisso che della porpora. I confini della città si erano estesi all'attuale borgo : durante i lavori di scavo per la costruzione dell'arsenale militare nei pressi della cava S. Lucia vennero alla luce i resti dell'antico porto e di costruzioni romane. Successivamente, la città vide l'alternarsi di vari padroni : Bizantini, Longobardi, Saraceni e dello splendore del passato rimasero solo gli scritti. Nel 927 il porto venne chiuso, ostruendo l'unico ingresso al bacino ad oriente. Nel 967 l'imperatore Niceforo Foca iiziò la ricostruzione della città, ampliò la superficie dell'Isola con la colmata della Marina e rafforzò il ponte di Porta Napoli. Il porto fu spostato a mar grande, dove è l'odierno porto commerciale. Con il dominio bizantino, il regime di proprietà si estese al mare con concessioni ai privati e agli organi religiosi (vedi lottizzazione del mare) ; anche i Normanni, gli Svevi e gli Angiolini lottizzarono, con rogiti notarili ; questi ultimi, anzi, istituirono in piazza fontana l'ufficio della dogana del principato, che diventò una delle entrate più importanti. Pali infissi sul fondo del Mar Piccolo contrassegnavano i limiti di proprietà delle peschiere, regolate da una serie complessa di tempi e modi di raccolta, tecniche di pesca, regole sulla qualità del pescato. Nel Libro Rosso dei Principi di Taranto sono contenuti tutti i regolamenti della pesca : regolamenti relativi ai diritti della Regia Dogana. Questa raccolta di leggi e decreti regolavano l'attività della pesca del XV secolo, cioè dal Principato di Antonio del Balzo Orsini, fino al 18 febbraio 1668. Era prevista una gabella per ogni specie di pesce pescato o venduto nei luoghi prescritti. Molto interessanti le date rigorose stabilite per la pesca d'ogni pesce, crostaceo o mitile e le proibizioni di pesca in alcuni luoghi ed in determinati periodi dell'anno. Nel 1793 furono aggiunti al Libro Rosso 19 articoli, compilatori N. Codronchi, F. Corradini, V. Reggi, con ulteriori regolamenti di pesca e compiti dei guardiani del mare. Era quindi indispensabile conoscere l'ubicazione, il nome delle numerose peschiere, le leggi che regolavano tempi e modi dell'attività di pesca, persino la misura dei pali di recinzione ; le infrazioni venivano infatti punite con multe severe e, talvolta con l'arresto. |
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quadro a
quadro b
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QUADRI
DEL CANONICO CECI
Nel corso delle nostre ricerche, ci siamo imbattuti in numerose carte topografiche di Taranto, antiche e recenti : tra queste ne abbiamo scelte due, per la loro atipicità e per il loro interesse. Sono il Quadro A ed il Quadro B del Canonico Ceci. I due quadri, di autore ignoto della seconda metà del 700, sono realizzati su legno, con tecnica mista : tempera e collage di minuscole conchiglie. Appartenevano alla ricca collezione ( costituita da reperti archeologici, oggetti di artigianato locale, conchiglie, quadri, ricami con bisso) del Canonico Giuseppe Antonio Ceci (1768-1851). Appassionato intenditore d'arte e malacologo, il Ceci aveva creato nella sua abitazione, nei pressi della discesa del Vasto, un museo che voleva affidare al Municipio di Taranto ; alla sua morte la collezione, invece, fu dispersa. Il Quadro A (cm. 135x80) è una planimetria anomala con due zone : nella parte alta è rappresentata la città di epoca greco-romana, con i dati topografici e toponomastici ; nella parte in basso è raffigurata la città medievale. La vista della città è presentata con il Sud in alto, per cui a Nord abbiamo il Mar Grande ed a Sud il Mar Piccolo. La rappresentazione mescola la storia con la leggenda ; nel mare vediamo navi greche, romane, galeoni saraceni e barchette di pescatori ; non siamo sicuri della reale esistenza dei toponimi e di alcuni monumenti. Nella parte alta, accanto all'Arx ( L'Acropoli), il canale appare come un fossato privo d'acqua, scavalcato da un ponte su arcate. Secondo il Quadro, lungo il Mar Piccolo correva la via Argentarea (che corrispondeva alla via Batheia, la via bassa, al tracciato della strada di S. Lucia, attuale via Pitagora) poiché, secondo la tradizione, avevano sede i banchi degli argentieri e dei cambiavalute. Lungo il Mar Piccolo procedendo dall'Acropoli, il Tempio della Pace, forse mai esistito, le officine della porpora (l'area tra il Museo Nazionale ed il Mar Piccolo era il quartiere industriale della Polis) il tempio di Dioniso (nella zona dell'ex convento S. Antonio, ex carcere giudiziario). Nella zona dell'Arsenale dov'era la rada di S. Lucia, viene ubicato il tempio di Priapo, protettore del porto o, secondo alcuni, il santuario di Asclepio, dio della medicina. In realtà come testimonia la ricostruzione di A. Conte, all'interno dell'Ospedale Militare, in un vasto ipogeo, si trovano i resti di un edificio sacro, dedicato a Demetra, Kore o Artemide. Nei pressi del Pizzone, la Fontana Maggiore, dove si credeva fosse sbarcato S. Pietro, e la Porta Temenide o di Apollo. Da notare l'ipotetico ponte che congiunge il Pizzone a Punta Penna. La città è munita da ogni parte da una doppia cinta di mura con in mezzo il pomerium. Nella zona bassa del quadro da notare le arcate e le torri di difesa, le numerose chiese ed i luoghi di culto della Città Vecchia, nel mare le peschiere e le attività di pesca. Il Quadro B (cm. 91x75) è una veduta del territorio del Mar Piccolo ; ha un asse centrale che divide il promontorio di Punta Penna ed il gruppo della famiglia Ceci ritratto in una capanna di ostricari. La rappresentazione è realistica e, in un'atmosfera serena di svago e di lavoro, rappresenta le attività di pesca e la toponomastica di Mar Piccolo in uso all'epoca del pittore. Nell'arco dei secoli, alcuni dei luoghi hanno nomi pressoché immutati, altri hanno due o più nomi, alcuni nomi sono invece scomparsi poiché con la costruzione dell'Arsenale Militare e poi dei Cantieri Navali, il passaggio della riva meridionale dal Canale Navigabile al Pizzone, è stato stravolto.(v. S. Lucia, Sciaje, Fontanelle). Abbiamo selezionato, partendo dal Pizzone) alcuni toponimi. Davanti al Pizzone, è illustrata la pesca derll'Intamacchiata ; nelle acque davanti a Pieschi si faceva la pesca delle ostriche con il ferro (o granfa). Nell'erta di Cicalone oltre Cimino, oggi zona militare, si faceva la pesca del fuso. Alle foci del Rasca e del Cervaro. Nel mare antistante le zone paludose (Erbara e La Vela) i cacciatori, dalle barche, sparavano ad un gran numero di uccelli acquatici.Si praticava la pesca della stordita. Le zone di Citri, Mascione e Copri, erano protette e chi pescava doveva pagare la quinta parte del pescato : da notare la pesca con le nasse. Lungo la penisola La Penna, nella zona Case, si praticava la pesca con lo sciabichello e quella del concio. Al di là del promontorio La Penna, a Malvaseda, la campagna era ricca di agrumi e di alberi da frutto ; nel mare antistante i tarantini andavano a gustare le ostriche ed altri molluschi. Nella peschiera Citrello (citrus) vicino al Galeso, dove erano le acque più ricche di pesce, si faceva anche la pesca delle sardelle con le reti. Il toponimo Lavandare fa pensare ad un corso d'acqua ; Fornaci trae origine dalla presenza di fabbriche di ceramiche : si faceva la pesca con le reti. E' molto difficile fare un elenco delle peschiere, soprattutto dal Galeso a Porta Napoli ; abbiamo considerato soltanto il toponimo Torella, che designava sia la peschiera che un bellissimo giardino, irrigato dall'acquedotto Treglie, di proprietà della famiglia Torella, che degradava verso il mare. Dall'alto si poteva ammirare la vista del Mar Piccolo e del Mar Grande. Oggi è un territorio degradato, con discarica. |
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La pescosità del Mar Piccolo ci fa pensare alla fama di Taranto e dei suoi pesci, riferita dal Merodio che, alla fine del 600, nella "Storia di Taranto" scrive che suol dirsi quando si vede una persona grassa, che abbia trascorso la Quadragesima (quaresima) a Taranto. Quando guardiamo la barca coperta da un tettuccio colorato, con gitanti impegnati a banchettare, allietati dall'orchestrina di suonatori su una barca al seguito o analizziamo le scene idilliache di pesca, ricordiamo i versi delle "Deliciae Tarentine" di T.N. D'Aquino (1665-1721). Il poemetto in esametri latini in 4 libri, di modello virgiliano, fu tradotto da G. Carducci Artenisio nel 1771 con una serie di note importanti per capire la realtà tarantina.
" o dolcemente andar radendo il lito in compagnia di musico drappello ... il mar n'echeggi e il colle ;e 'l il bel concerto tragga i delfini su pel molle argento" leggiamo la pesca del cefalo che, quando il Sole è in pieno leone, va irrequietamente di qua e di là. Veramente efficace la descrizione della pesca col frugnuolo, la "Jacca" del dialetto : Quando splende Espero... e il cielo è senza luna e il mare è tranquillo, tu accendi le fiaccole,... subito il dentice, abbagliato da quella luce, si arresta...
Taranto e il suo mare interno tra il XIX ed il XX secolo Alla costituzione del Regno d'Italia, Taranto si estendeva tra i due soli passaggi di Porta Napoli e di Porta Lecce, vigilati con i rispettivi ponti di pietra. Solo nel 1865 un regio decreto borbonico abolisce il divieto di edificare al di fuori delle mura delle fortificazioni antiche. Lo storico F.Gregorovius (Nelle Puglie, Firenze 1882) nella sua visita a Taranto nel 1875, ne ricava un impressione di miseria, abbandono, abulia. Solo il mare ricorda il glorioso passato della città, con i suoi floridi giardini di Mar Piccolo, con i suoi allevamenti di pesce e molluschi coltivati in recipienti(sciare) di proprietà di 56 ricche famiglie tarantine. Al di fuori di questi spazi la pesca è libera dietro pagamento di un dazio. Nel 1871 Taranto contava 27.546 abitanti, in maggioranza pescatori, presso la Marina per motivi di lavoro ed affettivi, da artigiani e da possidenti per attività del mare, masserie, non motivati quindi ad intraprendere altre attività imprenditoriali. La fine del regno borbonico eliminò l'antico sistema delle peschiere, del Libro Russo e dei dazi. Si sentì perciò la necessità di una nuova regolamentazione delle attività marinare attraverso la nascita di un'Azienda Municipale(vedi il fondo "Mar Piccolo" nell'Archivio storico comunale). Dopo il 1860, l'unificazione del mercato nazionale fanno scomparire le piccole industrie della lana pinna, della felpa e delle cotonate ; si sviluppano intanto attività connesse al porto(oli-vini-ostriche). Piccole industrie trasformano prodotti ittici(conserve in salamoia, in salsa dolce di ostriche e cozze in barilotti detti "cognotti"). Nel 1882 fu approvata la costruzione dell'Arsenale Militare, su progettodel senatore del regno Cataldo Nitti, e nel 1883 si procedette alla escavazione del Canale Navigabile.Sul Mar Piccolo vengono espropriati 49.622mq. di terreno, dal Canale Navigabile al Pizzone, si sbancano colline, si colmano 4ha. di mare, si abbattono ville(villa Beaumont, in parte Villa Peripato, villa S.Lucia di mons.Capecelatro). Fu il primo attacco all'ecosistema del bacino. Il 22/5/1887 dopo 5 anni di lavori viene inaugurato il Ponte Girevole (due bracci ruotanti mossi da turbine idrauliche). Dall'inaugurazione dell'Arsenale, 21/8/1889, si comincia ad affermare la monocultura statal-militare, con relativi progresso e condizionamenti. Al visitatore (G.Gissing "Sulla Riva dello Jonio"Bologna 1957) la vita dei pescatori appariva primitiva, come se avessero attraversato la storia indenni. In effetti l'industria del mare, che alla fine del secolo produceva in Mar Piccolo 93 specie di pesci e più di 150 varietà di conchiglie unitamente alle sciare con una produzione di 800.000 ostriche l'anno, non venne investita dal processo di modernizzazione in atto. Una economia quindi incapace di riconvertirsi e soggetta alle servitù militari fino ad oltre la 2 Guerra Mondiale, incapace di sfruttare le sue ricchezze naturali e di progredire nelle tecniche di coltivazione. Nel 1926 Mazzilli scriveva che la pesca era esercitata con metodi antiquati, pur se il pescato annuale era di 8.000q., e che lo sviluppo era ostacolato dalla mancanza di credito, mezzi tecnici, scuole professionali. La struttura industriale si sviluppa lungo le coste a nord del Mar Piccolo. Sorgono i Cantieri Tosi, l'idroscalo Pizzone, la scuola di aviazione della Marina : tutto è perciò funzionale allo scopo bellico, mentre le attività tradizionali sono in crisi profonda. Nel tempo si prediligono le attività metalmeccaniche prima ,siderurgiche poi (IV Centro Siderurgico nel 1964), e cementifere. Fino al 1972-73 la città vive il suo miracolo economico accompagnato da profonde modificazioni non tutte positive nella società e nell'ambiente spesso ignorato in nome dello sviluppo. Solo in questi ultimi tempi la città comincia a comprendere le conseguenze di aver privilegiato la produttività intesa come contraria all'ambiente. |