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origini
Le
origini di Taranto si perdono nella più remota antichità, perché, come
per la Grecia stessa, così anche per Taranto c'è stato un periodo
pre-ellenico.
Circa 2500 anni prima di Cristo, popolazioni di Hethei-Pelasgi, dopo aver colonizzato le coste dell'Egeo, vennero a stabilirsi nelle immediate vicinanze dell'attuale città e più precisamente nella zona che va da Capo San Vito a Leporano, dove fondarono una città cui diedero il nome di Saturo, nome che ancor oggi identifica quella contrada, cioè città (-Ur) dedicata a Sat, loro somma divinità. Narra la leggenda che l'eroe spartano Falanto, prima di avventurarsi nel mare alla ricerca di nuove terre, consultò l'oracolo di Delfi e apprese che sarebbe giunto nella terra di Saturio (nella penisola salentina) e avrebbe fondato una città sul luogo in cui gli fosse caduta addosso una pioggia da "etra", ossia da un cielo sereno e senza nuvole. Falanto si mise in mare e giunse alla foce del fiume Tara. Stanco del viaggio, si addormentò. La moglie, a ricordo delle peripezie sopportate e dell'oscuro responso dell'oracolo, pianse a dirotto. Le sue lacrime bagnarono abbondantemente il volto del marito. L'oracolo si era avverato. Una pioggia era caduta su Falanto: le lacrime della moglie "Etra". L'eroe, sciolto l'enigma, si accinse a fondare la sua città, dopo un sacrificio ad Apollo, a cui fu cara. Accanto a questa versione sull'origine di Taranto, ve n'è un'altra che farebbe risalire la nascita della città a 2000 anni prima di Cristo, ad opera degli immediati discendenti di Noè, i cosiddetti Noechidi, i quali, dopo il diluvio universale, si sarebbero dispersi nelle diverse parti del mondo, provvedendo poi, gradatamente, ad incrementare la popolazione. E si vuole appunto che in tale epoca, Tiras, oppure Taras, alla maniera greca, uno dei figli di Nettuno, sua giunto in questa regione, a capo di una flotta, approdando presso quel corso d'acqua che poi da lui stesso avrebbe preso il nome (si tratta appunto del fiume Tara, che scorre a circa 10 km dalla città, in contrada Cagioni). Poi, sempre secondo la leggenda, Taras si sarebbe dedicato ad edificare, presso lo stesso fiume e presso il mare, non solo la città che ugualmente da lui avrebbe preso il nome (appunto Taras, poi Taranto), ma anche quella che egli dedicò a sua moglie Satureia che chiamò Saturo. Ad avvalorare, però, un po' di più la seconda ipotesi, c'è il grande culto che l'antica Taranto ebbe per Nettuno e naturalmente nella città, non poteva non essere eretto un tempio dedicato a questa mitica divinità. La tradizione più accreditata, infatti, voleva che tale tempio sorgesse precisamente nello spazio compreso tra la Chiesetta della Trinità e la sede municipale. Tale tradizione si è dimostrata vera, poiché, dopo opportuni lavori, che hanno però fatto sparire la Chiesetta della Trinità, sono stati portati alla luce alcuni reperti ed una colonna di un tempio. La leggenda aggiunge che un certo giorno Taras sarebbe scomparso nelle acque del fiume e dal padre sarebbe stato assunto fra gli eroi. Questa favolosa sparizione di Taras fu poi, da uno dei nostri maggiori storici, il Giovan Giovine, affiancata e rafforzata alla ugualmente leggendaria sparizione di Romolo, il mitico fondatore di Roma. Più tardi, nel secondo millennio, a.C. giunsero anche delle colonie Arii, alcune dall'interno, altre, invece, dal mare, attratte certamente dalla particolare conformazione della costa: essi infatti costruirono le loro case su palafitte. A legittimare questa tesi sta il fatto che intorno al 1900, mentre si attuavano gli scavi per il porto mercantile, venne scoperto, presso lo scoglio del Tonno un intero paese di questa popolazione. A poco a poco gli Arii riuscirono a controllare tutto il territorio dopo aver sottomesso i Pelasgi. In questo periodo la città cambiò nome, assumendo appunto il nome di Taras, dal mitico figlio di Nettuno. La cronologia tradizionale, che è dello storico greco Eusebio, assegna la data della fondazione di Taranto al 706 a.C.. Le fonti storiche tramandano la notizia del trasferimento di alcuni coloni spartani in questa zona per necessità di espansione o per questioni commerciali, che interruppero bruscamente la vita precedente, distruggendo l'abitato indigeno e portando una nuova linfa di civiltà, di consumi, di tradizioni. La documentazione epigrafica ha dimostrato che a Taranto era diffuso il tipico dialetto dorico parlato nella Laconia, la regione in cui in questo periodo dominava già il centro di Sparta. L'organizzazione sociale e la cultura materiale dei coloni, mostravano forme più complesse rispetto a quelle manifestate dalle comunità indigene. La struttura sociale della colonia espresse ben presto l'emergenza di una oligarchia economica, che sviluppò nel tempo una vera e propria cultura aristocratica. In età ellenistica e romana Non sappiamo nulla dei primi due secoli di vita della città; il suo porto costituiva un tappa obbligata della navigazione da Oriente a Occidente e i ricchi corredi funerari della necropoli mostrano l'esistenza di intensi scambi commerciali. La ricchezza della classe aristocratica proveniva, probabilmente, dallo sfruttamento delle risorse del fertile territorio circostante, che venne popolato e difeso da una serie di "phrouria", piccoli centri fortificati in posizione strategica. Sin dall'inizio i rapporti con il mondo indigeno circostante risultavano abbastanza difficili: continue aggressioni venivano effettuate ai danni dei vicini Peuceti e Messapi; intorno al 500 a.C. la città sembrava essere governata da un istituto di tipo monarchico; è noto un re o tiranno di nome Aristophilides e contemporaneamente è attestata una conflittualità politica, tanto che vengono ricordati esuli, come un certo Gillos, riparato in Messapia. Ma nel 473 a.C., la città subì una tale sconfitta da parte dei Messapi e degli Japigi, da indurre lo storico greco Erodoto ad affermare che quella dei tarantini fu la più grave sconfitta inflitta a popolazioni di stirpe greca. Secondo Aristotele l'evento provocò la crisi della classe aristocratica al potere, decimata dalla guerra, che non poté opporsi ad una rivoluzione istituzionale di tipo democratico. Nella prima metà del V sec. a.C. la città subì una profonda trasformazione, anche dal punto di vista urbanistico. Si costruì una nuova cinta difensiva e si ampliò la superficie monumentale, proseguendo un processo già avviato agli inizi del VI sec. a.C. e documentato dalla costruzione di un imponente tempio dorico sull'Acropoli (attuale Città Vecchia), di cui si vedono ancora i resti in piazza Castello. Il rivolgimento costituzionale, inoltre, non arrestò la politica aggressiva nei confronti del mondo esterno; la città, infatti, ingaggiò una guerra, tra il 444 ed il 433 a.C., con la colonia panellenica di Thourioi, per il possesso della Siritide, il territorio tra i fiumi Sinni e Agri. Il conflitto si concluse con l’accordo per la deduzione di una subcolonia mista di Thurini e Tarantini, che prese il nome di Herakleia, in cui prevalse ben presto la componente dorica di Taranto. Verso la fine del secolo Taranto si allineò alla politica spartana, in occasione della guerra del Peleponneso, senza entrare direttamente nel conflitto, ma negando l'approdo alle navi della flotta ateniese in rotta verso la Sicilia. Il periodo di maggiore floridezza vissuto dalla città è comunque, il VI sec. a.C.. Verso la metà del secolo il governo settennale di Archita segnò l'acme dello sviluppo tarantino ed il riconoscimento di una superiorità politica sulle altre colonie dell'Italia meridionale, che si concretizza nella supremazia nell'ambito della lega italiota. Ma nel 303-302, i Lucani si allearono con Roma, con il chiaro scopo di frenare l'espansione della città, la quale, tuttavia, chiese aiuti alla madre-patria Sparta. Roma, invece di aprire le ostilità, preferì offrire la pace alla città magno-greca: nei trattati fu inclusa la famosa clausola, secondo la quale era vietato alle navi romane di spingersi più ad oriente del promontorio Lacinio. Anche questa volta il predominio del golfo rimaneva nelle mani di Taranto. Ma nel 281 a.C. il pretesto per un'ulteriore guerra fu offerto da una richiesta di protezione che gli abitanti di Thurii, assediati dai Lucani rivolsero a Roma, che, come sempre, accolse prontamente l'invito e mandò una guarnigione per mare. Era, questa, una svolta negli avvenimenti di indubbia importanza, perché per la prima volta i Romani si inserivano nelle lotte tra Italioti ed indigeni. Le navi romane, infatti per raggiungere Thurii, dovettero oltrepassare il Capo Lacinio; i Tarantini tralasciarono questa prima infrazione dei trattati, ma, quando i Romani pretesero di ormeggiare nel porto, i Tarantini considerarono il fatto come una vera provocazione: assalirono perciò le navi e ne affondarono quattro. Nacque così il conflitto tra Roma e Taranto, che terminò con la sconfitta della città magno-greca, nonostante l'aiuto ricevuto da Pirro, re dell'Epiro. Come condizione di resa, Taranto fu costretta a consegnare, fra l'altro, un congruo numero di navi a Roma, che temeva evidentemente una nuova crescita di Taranto. Nel 213 a.C., si verificò l'ultimo tentativo di ribellione in occasione della spedizione di Annibale in Italia. Al momento della rivolta, il corpo civico tarantino si era diviso; infatti una parte di esso, forse il settore aristocratico, si era rifugiata sull'Acropoli con le truppe del romano M. Livio. La conclusione fu tragica: Quinto Fabio Massimo, infatti, riconquistò la città con uno stratagemma nel 209 a.C., mettendola a sacco e ricavandone un cospicuo bottino in materiali preziosi, beni artistici e schiavi. Il Senato romano non privò la città della sua autonomia amministrativa; economicamente, però, le proibì di coniare moneta e lo sviluppo progressivo del porto di Brindisi, concorrenziale, segnò una profonda decadenza. Al 123 a.C. risale la fondazione di una colonia romana voluta da C. Gracco, che sfruttò il territorio confiscato dallo stato romano. Comunità greca e colonia romana confluirono poi, dopo l'89 a.C., in un'unica struttura amministrativa, un "municipium" che segnò l'omologazione completa di Taranto nell'Italia romana. Augusto fu a Taranto nel 37 a.C. per incontrare Marco Antonio, nell'occasione della stipula di uno storico patto. In questo periodo la città venne fornita di un acquedotto e di un anfiteatro. Il I sec. a.C. sembra essere stato caratterizzato da una sopravvivenza difficile e solo verso la sua fine si registrò una certa ripresa. Nella città, forse all'epoca di Traiano, fu costruito il complesso delle terme Pentascinenses. In età tardo antica, il centro mantenne un buon livello di vita urbana e nel IV sec. d.C. si restaurarono le terme. La storia di Taranto dopo la caduta dell'Impero d'Occidente rimase avvolta in una foschia piuttosto impenetrabile; dopo tanto splendore lo stato di decadenza in cui essa si abbandonò fu lungo ed inesorabile. La nuova era cristiana trovò Taranto ridotta ad una provincia dell'Impero romano; poi vennero i Goti, i Longobardi, gli Ungari, i Saraceni. Conobbe
il ferro di Odoacre, di Teodorico. Solo dopo
quarant'anni, nel 967, l'Imperatore bizantino Niceforo Foca, che è
giustamente considerato il secondo fondatore di Taranto, cedendo
alle reiterate pressioni dei superstiti, s'interessò alla città decidendo di
ricostruirla. Ne nacque quella che noi oggi chiamiamo 'città
vecchia', che conserva ancora l'originaria struttura urbanistica. Niceforo
Foca ne intuì la posizione di notevole importanza militare e realizzò un
ponte su sette arcate (Ponte di porta Napoli) distrutto dall'alluvione del
1883, un castello sull'attuale canale navigabile. Per facilitare il lavoro dei pescatori, abbassò il livello della città
lungo il Mar Piccolo, unì la città vecchia alla terra ferma costruendo
il ponte di pietra, e ricostruì l'antico acquedotto romano del Triglio,
che, proprio attraverso il ponte di pietra, convogliava nella città le
acque delle vicine Murge. Di questo acquedotto sono ben visibili i ruderi
sulla strada Taranto-Statte. I
pescatori che erano emigrati verso la Penne, portando con sé il bagaglio
di paura e di dolore, fiduciosi cominciarono a rientrare ed a popolare la
zona dell'attuale Via Garibaldi. Successivamente la città fu conquistata dai Normanni e, dall'epoca di Roberto di Guiscardo, nel 1085, viene fatto risalire l'inizio della storia del famoso Principato di Taranto. Ai Normanni succedettero gli Svevi. Federico II arricchì Taranto della "Rocca Imperiale", magnifico palazzo con funzione di roccaforte, ubicato dove oggi sorge la chiesa di S. Domenico Maggiore. Lo stesso imperatore investì suo figlio Manfredi del titolo di principe di Taranto. Nel 1266, con la sconfitta di Manfredi a Benevento, da parte di Carlo d'Angiò, Taranto passò ai Francesi. Il titolo di principe su assegnato a Filippo d'Angiò. Nel complicato sistema protettivo della vecchia Acropoli, nel 1404 Raimondello Orsini del Balzo fece costruire una massiccia torre quadrata, che vigilava l'ingresso in città dalla Porta Napoli, dominava quella che ancora attualmente si chiama Piazza Fontana e che per deplorevole incomprensione degli amministratori dell'epoca, fu fatta demolire nel 1884. A questo lungo e prosperoso periodo di quattro secoli, si fanno risalire la costruzione della Cattedrale di San Cataldo, l'intensificazione del culto per il Patrono e la costruzione della monumentale chiesa dedicata a San Domenico Maggiore. Altro avvenimento di rilievo per Taranto fu la trasformazione in isola dell'antica Acropoli, mediante il taglio della penisoletta, con la creazione del famoso "fosso", con funzione protettiva della città, che poi fu allargato ed approfondito divenendo, nel 1836, l'odierno Canale navigabile. Dopo
ancora altre vicende, nel 1463 il Principato di Taranto fu annesso al
Regno di Napoli, diventando città demaniale del regno aragonese. Col
passare del tempo gli aragonesi decisero di fortificare la città,
minacciata dai Turchi e dai Veneti. Si cominciò: a costruire il Castello
Aragonese, completato con fosso e fossato nel 1492, come si legge sullo
stemma aragonese sistemato sulla porta Paterna; mentre l'altro blocco
difensivo che terminava sul mar Piccolo fu terminato a spese
dell'"Università" (Comune). Dopo le lotte tra Francia e Spagna per il possesso dell'Italia, seguite alla discesa di Carlo III (1492), Taranto cadde definitivamente, come tutta l'Italia Meridionale, sotto il dominio spagnolo che, sancito dalla pace di Cateau Cambresis (1559) durò fino al 1715 (trattato di Utrecht). Anche sotto gli Spagnoli, Taranto continuò ad essere esposta al pericolo turco. Quando Filippo II di Spagna decise di organizzare una grande spedizione navale per arginare la continua invadenza dei Turchi, fece concentrare proprio a Taranto le navi cisterne prima della battaglia di Lepanto (1571), nella quale la flotta turca fu sconfitta. Quei
Turchi contro i quali avevano combattuto gli Aragonesi, anche ora, sotto
il dominio spagnolo continuavano a minacciare il Mediterraneo e la città
di Taranto. Mentre il castello si andava sempre più rovinando con
riparazioni che non si potevano fare per mancanza di fondi, il numero
degli uomini che alloggiavano nel castello si ridusse a soli quattro
vecchi soldati che si stabilirono lì con le loro famiglie. Nella seconda metà del 1600, mentre in Europa divenivano sempre più: potenti l'Inghilterra e la Francia, la Spagna si interessava sempre meno del meridione d'Italia e si interessava sempre di più delle sue colonie dell'America centro-meridionale dalle quali ricavava argendo e oro (dopo la scoperta dell'America, infatti, il mediterraneo perse la sua importanza per gli scambi economici). Per un lungo periodo di anni, soprattutto due furono i centri propulsori della vita cittadina: il Castello, in funzione di vita militare e civile, e l'Episcopio, intorno al quale si sviluppava ogni forma di attività culturale e religiosa. Ma per trovare concrete significative manifestazioni di affermazioni del pensiero e della cultura, bisogna giungere all'epoca del Rinascimento che segnò l'inizio dell'età moderna, caratterizzata dall'uso rinnovato della lingua, dal rinnovarsi delle arti, degli studi, della politica, dei costumi, sullo spirito dell'antichità classica. Tra i maggiori scrittori dell'epoca: Tommaso Nicolò - d'Aquino, intorno al quale si raccolsero molti altri ingegni. Al contrario la vita economica, commerciale, industriale e civile traeva i sostentamenti dalla pesca, dalla molluschicoltura, dalla produzione agricola del retroterra, dall'arte tessile, caratterizzata dalla produzione della "felpa", di cui si faceva larga esportazione. All'inizio
del 1700 le fortificazioni della città erano in completo stato di
abbandono, mentre gli austriaci erano alle porte. Infatti in seguito a
contrasti dinastici il grande impero di Carlo V, dopo circa 200 anni si
era diviso e l'impero austriaco era ritornato agli Asburgo che entrarono
in lotta con gli Spagnoli. Nel 1707 gli Austriaci entrarono a Napoli senza
combattere e festeggiati dal popolo. Passata successivamente ai Borboni, incorporata nel "regno di Napoli e Sicilia", continuò una vita oscura senza avvenimenti importanti, all'infuori di quelli del 1799, anno in cui, aderì alla Repubblica Partenopea. Nel periodo napoleonico, Taranto riacquistò importanza quale base navale e militare, per opera di Giuseppe Bonaparte e Giocacchino Murat, che la dotarono di fortificazione, di caserme e di un arsenale. Al decennio di occupazione francese, seguì il ritorno dei Borboni, che segnò per Taranto un lungo periodo di abbandono, a causa della totale assenza di interessi marittimo-militari. Fu, comunque, un trentennio piuttosto tranquillo, fatta eccezione per alcuni episodi di brigantaggio. Nel 1860 fu liberata dalle truppe di Garibaldi. Subito dopo l'incorporazione di Taranto nel regno (1861), alcuni illustri Tarantini, tra i quali Cataldo Nitti e Nicola Mignognia, si adoperarono per la sua valorizzazione dal punto di vista militare e marittimo. La città e i cittadini acquisirono una nuova fisionomia. Una volta decisa l'istituzione di una base navale prima, con l'arsenale militare e marittimo, di una piazzaforte poi e promossa Taranto a sede del Comando del III Dipartimento marittimo, la città visse intensamente i grandi eventi della patria: la battaglia di Lissa (1866), le vicende della guerra di Libia e di Etiopia e dei due conflitti mondiali. Contemporaneamente si assistette all'espansione cittadina al di là del Fosso. Fu abbattuta la parte occidentale del castello Aragonese, fu trasformato l'antico fossato in Canale Navigabile, congiunte le due opposte sponde con un ponte e venne dato un impensabile impulso alle costruzioni edilizie; il primo edificio innalzato nella città nuova, o meglio nel Borgo, come si cominciò a denominarla, fu l'attuale palazzo Ameglio dell'avvocato don Domenico Savino. All'inizio
del secolo l'aumento dei prezzi degli alimenti di prima necessità, gli
affitti troppo alti e la nuova epidemia di colera del 1910 crearono nuovi
problemi anche sul piano economico soprattutto per l'industria delle
ostriche e dei mitili, portando allo scontro armato il popolo e i
carabinieri. In quella occasione numerosi furono i feriti e ci furono
anche tre morti, tra cui il piccolo Nicola Morrone di soli otto anni. |
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