Il Museo nazionale della Magna Grecia

Museo Archeologico Nazionale

Corso Umberto, 141 - Orari: dalle 9,00 alle 14,00 - Chiuso il Lunedì - Telefono: 099-453.21.12
Nel museo sono presenti mosaici di età greco-romana, terrecotte, antefisse, corredi funerari vascolari, ceramica attica a figure nere, ceramica di Gnathia. Un particolare settore è dedicato ai famosissimi ori e argenti del VI-VII sec. A. C.

Museo del Sottosuolo

Via Peripato
Il museo espone, in un settore della villa Peripato, i reperti speleologici e biologici.

Museo di Storia Naturale

Via P. Amedeo, 146 - Visite su appuntamento - Telefono: 099-452.69.62

Museo Archeologico Nazionale

 

Istituito nel 1887, esso occupa la sede dell'ex convento di San Pasquale di Baylon, edificato poco dopo la metà del XVIII sec. e divenuto di proprietà demaniale in seguito alle requisizioni francesi del governo di G. Murat nel Regno di Napoli.

L'edificio è stato ingrandito e risistemato in varie fasi successive, a partire dal 1903. epoca della ricostruzione della facciata in stile umbertino, su progetto di G. Calderini.

L'ala settentrionale, invece, è stata costruita tra il 1935 ed il 1941, mettendo in atto parte di un progetto di completa ristrutturazione redatto da C. Ceschi.

Luigi Viola, l'archeologo cui si deve la stessa istituzione, proponeva di farne un Museo della Magna Grecia; esso, però, è sempre stato dedicato principalmente alla documentazione archeologica di Taranto e del resto della Puglia e conserva anche materiali di età preistorica e classica, provenienti dal territorio della Basilicata.

L'esposizione attuale risale alla risistemazione effettuata dal soprintendente De Grassi ed inaugurata nel 1963. Al secondo piano è ospitata la sezione preistorica che presenta le culture preclassiche dell'intero territorio regionale. Al primo piano è esposta, invece, la sezione dedicata alla società tarantina di età greco-romana. Il piano rialzato, infine, originariamente destinato ad accogliere la sezione topografica, è utilizzato attualmente per esposizioni temporanee. Il chiostro, che raccoglie mosaici ed elementi architettonici provenienti da Taranto, è chiuso al pubblico.

Uno dei musei più rimarchevoli e antichi del Meridione, oltre al Museo Provinciale di Lecce ed al Museo Provinciale di Bari, il Museo tarantino consta di ben due piani più un piano rialzato.

Piano rialzato: destinato ad ospitare una sezione topografica, attualmente custodisce alcune esposizioni transitorie.

Primo piano: accoglie la sezione greco-romana inerente la società tarantina:

Sale I - II: si custodiscono sculture in marmo, tra le quali: "statua acefala di divinità femminile" (sec. IV a.C.), "la Kore" (500 a.C.), "la testa di Eracle" (sec. IV a.C.), "stele" in marmo, "tappeti musivi" (sec. II - I a.C., cultura funeraria) e un antico "sarcofago" (sec. II a.C., neoattico).

Sala III: ospita reperti della civiltà romana, tra i quali spicca il pregevole "ritratto di Augusto velato" (il capo coperto da un toga) e preziosi elementi appartenenti alla necropoli Taranto.

Sala IV: custodisce un pregiato "sarcofago" arcaico (500 a.C.), una "lastra di chiusura" di un'antica tomba a camera (sec. II - I a.C.) ed altre gemme antiche.

Sala V: raduna una ricca collezione di ceramiche, provenienti dalla necropoli, in particolar modo corinzie e protocorinzie ("bronzetto di un cavallo", aryballos", "skyphos").

Sala VI: si custodiscono particolari ceramiche provenienti da necropoli arcaiche; degne di nota le tre "kylikes".

Sale VII - VIII - IX: impreziosite da vetrine ospitanti pregevoli materiali ceramici di corredi funerari (vasi attici), elementi di antiche armature, bardature da guerra, nonché raffigurazioni di attività atletiche, ben illustrano la mostra "Atleti e guerrieri".

Sala X: anch'essa impreziosita di pregevoli ceramiche, ben illustra quella Àpula e di Gnathia.

Sala XI: o "sala oro", custodisce i preziosi ori di Taranto, che rievocano l'antica arte orafa della città (sec. IV - I a.C.) e che trova particolare espressione in gioielli appartenenti a corredi funerari ("diadema", "coroncine", particolarissimi "orecchini a disco con tre pendenti", ecc.)

Corridoi XII - XV: attornianti il chiostro, i corridoi costituiscono la parte finale della sezione greco - romana e radunano materiale coroplastico (antichi elementi artigianali della città greca - "tanagrine" -).

Secondo piano: offre la sezione preistorica, caratterizzata da espressioni artistiche preclassiche di tutto il territorio pugliese (Paleolitico ed Età del Bronzo).

I tesori della Taranto colonia di Sparta, sontuosa capitale della Magna Grecia, sono custoditi nel Museo Nazionale Archeologico. Una vastissima collezione di ceramiche e terrecotte consente una lettura delle tradizioni funebri, dell'arte della guerra, del ruolo dello sport, dei commerci, della cura per l'eleganza nella Taranto antica.

Le origini della nostra città e lo sviluppo del commercio

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Sbarcarono su queste coste, sentirono profumo di rosmarino e non andarono più via. L'VIII secolo prima di Cristo era agli sgoccioli quando quegli uomini forti arrivarono dalla "tremenda" Sparta. Si chiamavano Parteni, illegittimi nati dalle vergini e dai guerrieri rimandati in patria durante la guerra di Messene per darle nuovi figli. Ma quando le armi tacquero, gli Spartani non furono leali con loro. Non vollero considerarli cittadini come gli altri e, dopo una fallita congiura, ai Parteni non restò che andarsene. Fu l'oracolo di Delfi ad indirizzarli: "Popolate la grassa terra degli Iapigi e siate la loro rovina". Lo furono. Favorita dalla posizione geografica, Taranto divenne un simbolo della splendida era della Magna Grecia sulle coste lambite dallo Ionio. Mentre altrove, nell'Italia non ellenizzata, dominavano le tribù e si viveva in villaggi, in Puglia fiorivano le progredite e democratiche Città-Stato, le pòleis: "Percorse dalla filosofia, dalla matematica, dalla geometria, dall'astronomia, dalla logica, dalla fisica, dalla retorica, dalla medicina, avrebbero illuminato il mondo". 

Finché arrivò la potenza di Roma, cui Taranto si consegnò per evitare l'urto delle legioni. Per uno dei fari dell'antichità, era l'inizio della fine. Dal 272 avanti Cristo Taranto dineta "socia" dei Romani, cui paga un tributo di guerra e fornisce navi per la flotta. Esclusa dalle grandi vie di comunicazione, specie dopo la fondazione della colonia latina di Brindisi, perde la floridezza economica. Quando Roma la strappa dalle mani di Annibale, cui per dispetto si era consegnata, Taranto è saccheggiata e semidistrutta.Si conclude un'epoca. Diceva un vecchio saggio che per conoscere un popolo bisogna conoscere i suoi cimiteri. Attorno a Taranto una vasta necropoli ha restituito i resti della grandezza che fu. E il Museo Nazionale cittadino deve in gran parte a quelle 2500 tombe la sua ricchezza. A cominciare dalla prima meraviglia: gli ori. Collane, orecchini, anelli, diademi, monili rivelano tecniche di lavorazione che già 2300 anni fa avevano poco da invidiare a quelle odierne. Non tutti sono stati rinvenuti a Taranto, anzi alcuni tra i più ricchi provengono dalla tomba della fanciulla di Canosa. 

 

Finché le conquiste dello stupefatto Alessandro Magno misero a disposizione le immense ricchezze dei re persiani, e i Macedoni cominciarono a sfruttare le miniere della Tracia. Il nobile metallo non era molto diffuso nel mondo greco e magno-greco, a differenza del mondo orientale o di quello etrusco.I gioielli erano privilegio delle più fortunate donne del tempo, oppure venivano offerti agli dei, o infine deposti nelle tombe insieme alle spoglie dei proprietari. Ma la sala degli ori mostra anche il pezzo più pregiato fra le statue: il cosiddetto Zeus di Ugento, un bronzo trovato appunto nella vicina Ugento. Si ritiene opera di un artista tarantino di quella scuola magno-greca visitata da maestri provenienti dalla terra-madre. Venne anche il più noto di tutti, il famoso Lisippo, ad abbellire una città tanto ricca di statue, tanto maestosa e regale da fare la meraviglia dei conquistatori romani. L'altro pezzo forte della sezione statuaria è la Testa di Afrodite (325 a. C.), altera ed elegante.  E poi il delicatissimo e morbido Corpo di Ninfa, il manto leggero che cade sui fianchi. E il giovane Dioniso, dalla linea ondulata del corpo, come voleva la sciola di Prassitele. Non c'era marmo sul posto e allora lo facevano arrivare dalla Grecia. Forse le piccole terrecotte figurate, esposte a centinaia, non reggono al confronto di tanta monumentalità. Ma trasmettono un senso di familiarità, e soprattutto colpisce la loro grazia. 

 

Sono opera degli artigiani della plebe e costituiscono il documento più immediato sulla vita di ogni giorno. Venivano depositate nelle fosse votive in onore della divinità; o anche nelle tombe, e la maggior parte raffiguravano il defunto in un banchetto con gli dei, perché così si credeva si svolgesse la vita ultraterrena. 

Nelle vetrine sembra rivivere "la folla chiassosa e sciamante di Taranto magno-greca: giovani e vecchi, bambini e giocattoli, dei ed eroi, schiavi ed operai, danzatori e buffoni, saltimbanchi ed acrobati". La famosa dolce vita ce la raccontano le danzatrici: una di queste balla il "baukismos", quasi un tango. E una menade s'abbandona sfinita dopo il delirio orgiastico dionisiaco. 

 

E gli attori della farsa fliacica prendono in giro il mondo con maschere grottesche ed enormi falli. Ancora le tombe ci hanno restituito quello che resta della splendida ceramica del tempo. I vasi venivano dalla Grecia e sul fondo del mare chissà quante altre navi giacciono con preziosi carichi. Qui dalle sale occhieggiano le coppe laconiche, dall'orlo sottilissimo con le figure nere sul fondo rosso d'argilla (la Laconia era la regione di Sparta). Le più belle sono la Coppa con i pesci e la Coppa con tonni e delfini, due capolavori. Quindi la serie delle anfore. E l'hydria, i crateri, la kylix, la pisside. Infine una delle più ricche collezioni di ceramiche protocorinzie e corinzie: su tutte la celeberrima lékitos con la scena mitologica di Teseo e Arianna, opera del cosiddetto "pittore di Pan". Si chiude l'epoca classica.

Non meraviglia che una potenza come Taranto partorisse atleti entrati nel mito. Questo, di cui si conserva qui la tomba, era robusto, alto circa un metro e settanta (una statura eccezionale allora), stroncato intorno ai trentacinque anni delle fatiche delle sue imprese. Tra il 500 e il 460 a. C. vinse tre volte il pentathlon (salto in lungo, disco, giavellotto, corsa, lotta), ebbe pochi rivali nella corsa delle quadrighe affrontò quel crudele pugilato che si protraeva fino allo stremo delle forze. Quando la sua bell'anima salì all'Olimpo, lo adagiarono per il meritato riposo in un sarcofago monumentale e dipinto. Ritrovato nel 1959 durante lavori di scavo in via Genova a Taranto, ora troneggia al centro di una sala pervasa da brivido della gloria. Agli angoli, tre anfore panatenaiche (dal nome dei giochi sportivi di Atene) illuminano la scena di sublime bellezza: erano quattro, ma una andò perduta.

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